







La chiesa rurale di San Basilio in Decimoputzu
La chiesa rurale di S. Basilio, distante circa 3 Km dal paese, sorge in prossimità del rio Matta. La prima notizia dell'edificio è attestata nelle Rendite ecclesiastiche cagliaritane del 1365. Caduta in rovina fu poi riedificata nel 1642. Nella chiesa è documentato un solo altare con òa pietra consacrata e le reliquie de san Basilio, "che furono portate da Roma nel 1734 dal padre commissario dei minori osservanti".
Il monumento si articola in vari ambienti; la chiesa, intesa come spazio destinato al culto liturgico, ha una impostazione planimetrica a croce antoniana. Si tratta sostanzialmente di due vani rettangolari che si intersecano e al centro della parete si trova l'altare.
Alla facciata a capanna si addossa un portico quadrato, che abbraccia simmetricamente la linea del transetto. L'articolata copertura in legno è sostenuta da otto pilastri e dal grande arco di accesso al portico. Su questo arco si innalza un campaniletto a vela privo di campana.
All'interno della chiesa si conservano due importati arredi: una fonte battesimale, proveniente dalla chiesa parrocchiale di N.S. delle Grazie, e la pala d'altare che è quel che resta di un tabernacolo ligneo. Nella tela sono dipinti S. Basilio e la Madonna secondo l'iconografia consolidata che li vede spesso assieme.
La chiesa di San Giorgio in Decimoputzu
La chiesa di san Giorgio sorge sull'omonimo colle nella parte più alta del paese. L'area ha restituito testimonianze archeologiche che attestano la frequentazione del sito già dal Neolitico antico. Documentano la presenza romana un epigrafe, alcuni capitelli e rocchi di colonna, i frammenti di un mosaico e un numero cospicuo di tegole di forma rettangolare con alette.
La facciata a salienti, è caratterizzata da un portale architravato su stipiti lisci, sormontato da un arco a tutto sesto a filo col paramento murario. Poco più in alto, in asse col portale si apre la bifora costituita da due centine monolitiche con ghiera, e divisa da una colonnina in basalto. Sugli spioventi si innalza il campanile a vela a due luci.
L'interno è diviso da tre piccole navate, la cui ripartizione è data da due archi ogivali per setto divisorio, sorretti da due robusti pilastri centrali e da quattro paraste addossate, due alla parete di fondo e le altre alla controfacciata.
I lavori di restauro del 1989 hanno messo in luce diversi frammenti di un mosaico romano databile al IV secolo d.C.
Nella navata meridionale si conserva la statua lignea di San Giorgio a cavallo, opera databile alla prima metà del Seicento.
Nella parete in fondo c'è il retabolo (1587-1595) che manifesta una impostazione compositiva e strutturale tardo-gottica d'influsso catalano.
La tomba a camera del VI secolo d.C., addossata al prospetto absidale della chiesa, è costruita in blocchi squadrati di tufo di media pezzatura legati fra loro da malta di calce. La suddetta sepoltura, da porre in connessione al riutilizzo dei frammenti musivi, ai conci di base dell'abside semicircolare e alla pelvis battesimale, avvalorano l'ipotesi che l'impianto della chiesa di san Giorgio possa rappresentare una ecclesia baptesimalis, fra le prime individuate in Sardegna in ambito rurale, edificata durante il processo di evangelizzazione intrapreso dai vescovi africani esiliati in Sardegna nei primi decenni del VI secolo.
Chiesa parrocchiale Nostra Signora delle Grazie
La chiesa è intitolata a S. Maria ed ha funzioni di parrocchia.
Sorge nella parte più alta dell'abitato. L'esigenza nel corso del tempo di disporre di spazi più ampi ha portato alla costruzione di ben quattro cappelle per lato.
Nel corso dei secoli, all'interno della chiesa, sono state effettuate diverse modifiche: la più evidente è la demolizione dell'altare della cappella mayor , il prolungamento dell'aula e l'aggiunta di due ulteriori cappelle laterali.
L'aula ha una copertura in legno mentre le cappelle sono tutte in muratura.
Il processo di modernizzazione dell'edificio intrapreso negli anni Cinquanta e proseguito negli anni Ottanta del secolo scorso ha determinato un sistematico depauperamento degli arredi cui la Parrocchia era particolarmente ricca.
Si conservano ancora il fonte battesimale in marmi policromi e circa trenta statue di epoche diverse.
Tra le più antiche si segnalano la Madonna con il Bambino dell'altare meggiore, san Basilio, santa Suina, san'Isidoro, sant'Antonio Abate.
Il menhir di Perdasì
Il menhir (nome bretone che significa "pietra lunga") sono genericamente noti in Sardegna con il nome di perdas fittas ("pietre erette"), in quanto la loro caratteristica è quella di avere una forma allungata e di essere stati eretti sul terreno. Sulla loro funzione ancora si discute in quanto essi talvolta accompagnano località o strutture di natura funeraria, talatra si individuano nelle aree di antichi centri abitati o sentieri e, altre volte ancora, sembrano indicare una specie di santuario all'interno di un villaggio. Alcuni studiosi sono concordi nel ritenerli espressioni di culto legati alla fertilità della terra e altri sostengono siano statue dedicate a divinità o eroi.
Gli esemplari di Perdasì, risalenti al Neolitico Medio (3800-3000), è situato nella località di Sa Perda Lada, in zona periferica dell'abitato.
Rappresenta la tipologia di menhir antropomorfi più semplice e meno elabortaa, con un corpo parallelepipedo o prismatico tendente a restringersi e ad assottigliarsi verso la sommità.
Uno solo di essi è ancora eretto; gli altri quattro o cinque (è ancora da verificare se due pietre rappresentino due menhir distinti o un unico menhir spezzato in due parti) furono spostati nella loro posizione attuale a metà del ‘900 perché intralciavano i lavori agricoli.
Stando alle fonti, sembrerebbe che questi menhir si trovassero ad una distanza di m. 2,50 circa l’uno dall’altro e che fossero disposti lungo un allineamento con orientamento E-W. Uno dei menhir abbattuti presenta due coppelle da considerarsi come indicazione di un culto reso agli stessi monoliti.
Monte Idda
Relativamente all'Età nuragica sono stati rilevati circa dieci siti, nessuno dei quali è stato ancora indagato archeologicamente. Tra questi riveste particolare importanza l'insediamento di Monte Idda, presumibilmente un santuario-villaggio ascrivibile al IX-V sec a.C.
Qui, in un ripostiglio, si rinvennero, nei primi anni del Novecento, circa duecento pezzi in bronzo, alcuni di pregio ed oggi esposti al Museo Archeologico di Cagliari.
Monte Idda (monte de sa bidda = monte del paese) svetta a 227 s.l.m. a circa sei Km. dal centro abitato di Decimoputzu.
Sito famoso per ritrovamenti fortuiti nel 1914 di circa duecento pezzi in bronzo di fondamentale importanza nell'ambito della produzione metallurgica dell'età nuragica in Sardegna. Infatti Monte Idda risulta citato da moltissimi studiosi per le spade e gli altri manufatti.
Relativamente all'Età nuragica sono stati rilevati circa dieci siti, nessuno dei quali è stato ancora indagato archeologicamente. Tra questi riveste particolare importanza l'insediamento di Monte Idda, presumibilmente un santuario-villaggio ascrivibile al IX-V sec a.C.
Qui, in un ripostiglio, si rinvennero, nei primi anni del Novecento, circa duecento pezzi in bronzo, alcuni di pregio ed oggi esposti al Museo Archeologico di Cagliari.
Fortezza Casteddu de Fanaris
La “fortezza” nuragica chiamata Casteddu e’ Fanaris, è sita nel territorio di Decimoputzu, al confine con Vallermosa.
Il nuraghe è stato costruito su un colle granitico con pendii molto ripidi, alla quota di 147 mt, dal quale si ha il pieno controllo della zona circostante.
La tipologia è quella dei nuraghe complessi e risale probabilmente al
ascrivibile al XV-XII sec a.C. tardo Bronzo.
La struttura è veramente grande, probabilmente costituita da un bastione formato da nove torri e da una cinta antemurale dotata di almeno cinque torri che presentano feritoie e cortine, il tutto a difesa di un mastio centrale i cui muri risultano essere dello spessore di circa 3.50 mt e probabilmente risulta la parte più antica del complesso.
Le mura si appoggiano agli affioramenti granitici, roccia utilizzata per la costruzione del nuraghe. La grandezza del complesso nuragico probabilmente è dovuta a diverse fasi costruttive, dovute forse alla necessità di ampliare lo spazio all’interno della struttura stessa.





